Francesco
Falanga, detto Franz, è un personaggio poliedrico. Architetto, musicista e
scrittore.

E’ stato professore nella cattedra di Elementi di architettura e urbanistica all'Accademia di Belle Arti di Venezia e ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Bari. Ha sempre combattuto contro la cancellazione del senso della storia che produce più danni di una guerra specialmente alle ultime generazioni.
In
occasione della presentazione ad Asolo del libro Le invarianti della TombaBrion di Carlo Scarpa (Aurelia edizioni) di cui è autore insieme al fotografo
Andrea Fantinato, ho avuto modo di intervistare l’architetto Franz Falanga e di
conoscere il suo modo di pensare ed interpretare l’architettura.
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Un momento della presentazione del libro ad Asolo |
Lei ha vissuto accanto
ed in contemporanea ad architetti come Samonà, Scarpa e Zevi. Come era l’architettura
di allora e cosa vi è di diverso nell’architettura di oggi?
F.F.
L’architettura non è cambiata, continua ad evolversi, sono cambiati gli
architetti, parecchi dei quali in peggio, nel senso che le grandi imprese da
costruzione ormai li hanno schiacciati. Ovviamente non tutti, ma parecchi sì.
Le nuovissime generazioni hanno trovato un muro davanti a loro, muro formato
dai cosiddetti palazzinari, che stanno praticamente cementando quello che resta
di questa nostra povera Italia. La loro strategia (dei palazzinari) è sempre la
stessa. Acquistano fette di terreno agricolo, sempre più grandi, e,
miracolosamente, con l’ausilio di amministrazioni comunali affamate di danaro, oplà
fanno diventare queste zone da agricole ad edificabili. Il gioco è fatto, si
edificano in continuazione mostri, è facilissimo trovare chi firma questi
progetti, che poi, una volta realizzati, restano spesso senza inquilini sul territorio.
La spiegazione è che non interessa alle imprese che i palazzi siano abitati o meno,
l’importante è che sorgano, perché subito dopo vengono valutati da periti
compiacenti. Una volta valutati, entrano
evidentemente nel patrimonio fondiario del palazzinaro il quale li esibirà quindi
come garanzia per le eventuali richieste di liquido alle banche. Il circuito si
è chiuso e l’economia è diventata finanza. Una moltitudine di architettini e
tecnici vive così all’ombra di questi cementificatori di professione. Faccio
notare che, contro questa cementificazione, diverse fette della pubblica opinione
fanno sentire la loro voce, penso per esempio agli ambientalisti. Stranamente
non si ascolta la voce delle facoltà di architettura, degli architetti e dei
loro ordini professionali.
Che cos’è per lei
l’architettura?
F.F.
L’architettura è la modificazione formale del territorio. Sulla natura naturale
viene costruita la natura artificiale. Già da questa osservazione si può
immaginare quanta cautela debba mettersi
in opera per aggiungere qualcosa a una realtà già esistente. Da questo meccanismo
non si scappa.
L’architettura deve
rispondere a due elementi primari: forma architettonica (intesa come insieme di
forme, colore, armonia) e funzione? Quale la priorità tra queste due elementi?
Come riuscire a farli convivere?
F.F.
Vitruvio diceva che l’architettura, per essere tale, deve rispondere a tre
precise caratteristiche: FIRMITAS, VENUSTAS, UTILITAS. La Firmitas è la
Robustezza, la Venustas è la Bellezza, L’Utilitas è l’Utilità, nel senso che,
prima di tutto, deve riparare dal caldo
e dal freddo tutti coloro che vi si trovano dentro.
L’architettura deve
svolgere un ruolo sociale? Se si, quale?
F.F.
Il benessere fisico e morale di chiunque la abiti.
Lei, se interpreto bene,
è un comunicatore. Attraverso le svariate attività comunica se stesso, le sue
passioni, i suoi credo. Quanto è importante raccontare e comunicare
l’architettura e più in generale l’arte?
F.F.
E’ facile rispondere a questa domanda. Se non esistessero l’architettura e, più
in generale l’arte, la vita sarebbe veramente una miserabile cosa.
Grazie
F.F.
A lei per l’ospitalità.