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martedì 3 febbraio 2026

SENZA PELLE di Annika De Tullio

Conosco Annika De Tullio da anni, ci accomuna l'amicizia con Franz Falanga che tra le altre ha avuto la dote di creare legami e relazioni tra i suoi amici. Come è successo tra me e Annika

Di lei ne avete già sentito parlare in passato nel blog grazie all'intervista dedicata a lei e al suo progetto di KINDERBAUHAUS e di Villacolle (ve lo lascio scoprire a questo link).

Ultimamente ha pubblicato un libro di poesie che le ho subito richiesta vista la nostra amicizia e in virtù della sua dolcezza e sensibilità. 

E infatti non mi sbagliavo. Il libro SENZA PELLE contenente le sue poesie di Annika accompagnate da fotografie di Roberto Giacoia, mette a nudo l'esperienza umana, le sue gioie e le sue fragilità. Un percorso di parole tra fatti e avvenimenti del quotidiano, da rileggere in forma curativa. A tratti salvifica. 

Questo almeno quello che io ci ho letto e visto...

 

Vi lascio di seguito la presentazione ufficiale corredata da un breve video ricevuto da Annika!


Presentazione del libro SENZA PELLE

di Annika De Tullio

fotografie di Roberto Giacoia

Prefazione di Antonia Chiara Scardicchio 

Editore Gelsorosso 


Senza pelle

Un libro che nasce dal bisogno di dare voce e immagine a ciò che accade dentro, di restituire vita alla vita.

Poesia e fotografia si intrecciano come due linguaggi paralleli e complementari, due sguardi che si incontrano per raccontare i moti dell’anima. Le parole evocano emozioni, ricordi, attese e rivelazioni interiori, mentre le immagini catturano attimi sospesi, dettagli del quotidiano che diventano universali. Testi e fotografie dialogano tra loro, si specchiano, a volte si contraddicono, a volte si completano, creando un vissuto poetico-visivo unico.  

In questo gioco di rimandi, la poesia diventa sguardo e la fotografia diventa parola.



Grazie Annika!

martedì 25 aprile 2023

Asiago e Le carte di Mario - L’Archivio Mario Rigoni Stern in mostra

Salire ad Asiago, per far respirare la mente ed il cuore.

I prati verdi, il saliscendi, sole e nuvole che giocano tra loro, la pioggia, i sentieri; tutto questo fa assaporare a tutti i sensi la profondità della natura, il fascino dei boschi e l'immensità del cielo.




Il Sacrario Militare di Asiago si staglia lassù, tra il panorama e le nuvole, a ricordare le tristi vicende qui vissute durante il Primo Conflitto Mondiale quando Asiago fu (maggio 1916).



Questi erano i luoghi del Sergente, dello scrittore Mario Rigoni Stern.
Ascoltato e letto più volte, Mario Rigoni Stern trasmette sempre grandi emozioni: che si parli di natura, del bosco, di uomini, di luoghi o di guerra.

Tra i suoi racconti quelli legati alla campagna di Russia sono quelli che mi hanno sempre affascinato, essendo legato a quella vicenda da un filo sottile. Proprio sul fronte russo infatti operò lo zio di mia madre, poi disperso nei fatti di Nikolajewka.

E' stato emozionante salutare Mario Rigoni Stern presso il cimitero di Asiago, proprio nel momento in cui si è udito arrivare dal Sacrario Militare il suono del silenzio militare che riecheggiava nell'aria.

 


In questo periodo è presente ad Asiago presso il Museo Le Carceri la mostra documentaria dal titolo Le carte di Mario - L’Archivio Mario Rigoni Stern in mostra. L'esposizione presenta l'Archivio Mario Rigoni Stern, a conclusione dei lavori di ordinamento, inventariazione e studio dell’archivio donato dalla Famiglia Rigoni Stern alla Città di Asiago.



Ogni volta leggere qualcosa di Mario Rigoni Stern, vedere le sue foto, i suoi scritti, smuove qualcosa nel profondo. Sensazioni e sentimenti profondi a volte contrastanti, ma su tutti emerge una profonda sensazione di libertà e di giustizia. 



La macchina da scrivere con cui Mario Rigoni Stern
scrisse Il Sergente nella neve




Ancora una volta Grazie, Sergent Magiur!



Asiago, 25 aprile 2023

domenica 31 gennaio 2021

Vuria perdarme a Venexia

Vuria perdarme a Venexia

Per ritrovar pensieri densi e leggeri.
Cuori impavidi oramai perduti.
Visioni panoramiche e dettagli.
Perdermi e ripartire.

30gennaio2021



domenica 17 gennaio 2021

Alla piccola G

 

Alla piccola G


- Papà cos'è questo dolore al centro del petto, vicino al cuore?

- L’Amore!

- E fa sempre così male?

- Si

 

13gennaio2021




mercoledì 18 novembre 2020

I Folli di Dio di Mario Lancisi

Oggi voglio parlarvi del libro I Folli di Dio di Mario Lancisi (Edizioni San Paolo).

Ci tengo particolarmente perché all'interno si parla molto di una figura a me molto cara Don Lorenzo Milani, che Papa Francesco ha definito come "un credente innamorato della Chiesa, anche se ferito, e un educatore appassionato" e di un luogo, Barbiana dove Don Lorenzo ha vissuto e compiuto la sua opera a favore degli ultimi.

Don Lorenzo Milani non è il solo protagonista di questo testo, a lui si affiancano I Folli di Dio, personaggi del calibro di Giorgio La Pira, padre Balducci, il cardinale Elia Dalla Costa, don Giulio Facibeni e molti altri attori del panorama fiorentino del dopoguerra.

Un appassionato racconto storico e sociale che descrive un periodo dove "Chiesa e società sono attraversate dalla febbre del cambiamento" (cit. autore) in un contesto di ricerca e scontro tra cristianesimo e laicità, tra politica e sociale. 
Un percorso quello che avviene a Firenze "la culla del Rinascimento" che si intreccia con quanto avviene nel resto dell'Italia e del mondo e che segna pagine di storia importanti per l'evoluzione e la trasformazione politica.

Sono le azioni folli dei protagonisti di questi fatti ad essere straordinarie, spinte dall'insegnamento e dall'amore per il Vangelo. Il che li porta ad ottenere grandi consensi e risultati ancora oggi attuali e riconoscibili, ma anche grandi contrasti e contestazioni, che spesso porteranno questi personaggi ad essere messi all'angolo ma mai dimenticati.

Una vita la loro spesa e vissuta con l'unico interesse e scopo di porre attenzione ai poveri, agli ultimi, all'ingiustizia sociale e a una economia giusta.

__________
Link per l'approfondimento

Scheda del libro sul sito Edizioni San Paolo
https://www.gruppoeditorialesanpaolo.it/area-stampa/2020/i-folli-di-dio-la-pira-balducci-e-gli-anni-dell-isolotto-di-mario-lancisi

Articoli del blog su Don Lorenzo Milani
http://gdltrace.blogspot.com/search?q=milani

sabato 14 novembre 2020

La mia vacanza Covid19

Alla faccia di chi la fa semplice e chi nega.

Ho voluto scrivere questa mia esperienza relativa alla malattia Covid19 nella speranza possa essere di aiuto e riflessione su vari aspetti quali i nostri comportamenti, i nostri atteggiamenti, il lavoro di chi quotidianamente in silenzio lavora contro questa pandemia che ha cambiato le nostre abitudini e le nostre vite.

E così alla fine è arrivato qui, il maledetto Covid19.
In maniera subdola è entrato in ufficio colpendo prima un collega, positivo e con sintomi lievi. E già in quel momento iniziano i pensieri, le preoccupazioni, il pensiero di tenersi controllati, il tampone. 

Poi dopo qualche giorno i sintomi arrivano anche qui, più o meno lievi, subdoli. Febbre, brividi, tosse, naso che cola. E mentre prendi una bella Tachipirina pensi "va beh dai, è poco più di una normale influenza". E via in fila per il primo tampone, l'attesa del risultato, dopo poche ore: positivo. E via la verifica con il secondo, il molecolare, di nuovo positivo.

Nel frattempo ti isoli in una stanza, tutto il giorno a letto perché altro non puoi fare. Ti salva qualche messaggio sul telefono e qualche video sul computer perché il tempo non passa mai. Fuori anche la tua famiglia è in quarantena con tutte le difficoltà del caso. Mangiare separati, rifiuti separati, igienizzare ogni volta che si va in bagno, insomma non proprio una passeggiata per chi come noi vive in un normalissimo appartamento.
Nel frattempo ti senti con gli altri colleghi manifestano sintomi, verificano con il tampone, isolano le famiglie. Ci si tiene costantemente aggiornati perché la cosa ha coinvolto tutti noi ma anche le nostre famiglie.

I giorni seguenti la situazione fisica migliora, la febbre cala, e pensi "oramai ne siamo fuori, visto?".
Così riposi, riprendi energie, inizia a fare qualcosina. 
Poi la febbre torna, sale, rimane e diventa persistente. Anche la tosse diventa più presente e il respiro vagamente più difficile. E la situazione piano piano, in maniera quasi impercettibile, nonostante i farmaci peggiora, ma quasi non te ne accorgi. Fino a quando dopo una settimana dai primi sintomi, il respiro diventa più affannoso e allora con il medico decidi che forse è il caso di approfondire e fare un controllo al pronto soccorso di Montebelluna. 

Arrivi e subito vieni messo in isolamento e bombardato di mille domande, test e analisi per verificare il tutto. E alla fine dopo un po' di ore la diagnosi: insufficienza respiratoria in paziente Covid positivo SARS-coronavirus associato. La dottoressa del pronto soccorso lo annuncia, "Giorgio non vediamo nulla di grave ma hai bisogno di ossigeno, non tanto. Ti dobbiamo ricoverare ma qui siamo pieni e non abbiamo più posti letto, quindi ti trasferiamo a Vittorio Veneto".

Poco dopo il trasferimento in ambulanza a sirene spiegate per evitare il traffico e le strutture hanno la necessità di accelerare i tempi visto che i trasporti saranno numerosi. L'operatore che ci accompagna è un compaesano e questo rende il viaggio meno pesante, si chiacchiera e ci si distrae. 
Alla fine arriviamo all'Ospedale di Vittorio Veneto ed entro nel reparto di medicina dove ci sono, fortunatamente, i casi meno gravi. Da qui parte la somministrazione dell'ossigeno, una nuova serie di esami e accertamenti.
Dalla notte la respirazione diventa più difficoltosa, la febbre si fa sentire, i brividi fanno vibrare il corpo ed il letto. Il giorno dopo la situazione piano piano peggiora, aumentano la somministrazione di ossigeno, raggi e TAC per verificare la situazione. E arriva persino il momento dove gli occhialini dell'ossigeno ne forniscono molto, impossibile non respirare. Eppure la sensazione è quella di non riuscire a trovare più il ritmo del respiro, l'aria non entra nei polmoni, non scende, e sembra di soffocare di non fare più un atto naturale e involontario quale il respiro. Pochi metri per andare in bagno diventano uno sforzo da maratoneta.

E alla fine arriva un medico "Giorgio ho visto la tua TAC e preferiamo portarti sopra in pneumologia per seguirti meglio. Così se hai bisogno di ossigeno in maniera diversa riusciamo a essere pronti". E così entri in terapia semi intensiva.

Qui cambiano strategia, l'ossigeno aumenta e di molto e rimane la stessa sensazione di non saper più respirare, di non riuscire ad avere aria. Il monitor controlla ogni momento il corpo e tutti i parametri essenziali. Non puoi alzarti dal letto perché la saturazione è bassa e non è conveniente. Nel frattempo un bombardamento di farmaci tiene sotto controllo i sintomi e la febbre.

Il tempo diventa interminabile, a guardare il soffitto. Tantissimi scrivono per sapere le condizioni, ma il morale è basso e a tratti la paura si fa sentire e nonostante l'affetto percepito la voglia di rispondere non c'è. Anche la compagnia in stanza è piacevole ma la voglia davvero poca e si fa fatica persino a parlare. 
E passa qualche giorno, ognuno uguale all'altro. Sdraiato in un letto di ospedale senza mai alzarti, nemmeno per lavarsi e nemmeno per fare i propri bisogni. Mettersi seduto per i pasti diventa un'azione quasi impossibile.

Dopo qualche giorno finalmente si inizia a migliorare ma l'ossigeno è onnipresente i farmaci non calano, e capisci che la strada è quella giusta ma sarà ancora lunga. Però ogni giorno un pochino migliora, l'aria sembra ritrovare la strada nei polmoni, il respiro sembra tornare lentamente alla normalità. E allora anche i pensieri e le paure iniziano a distendersi e farsi meno pressanti. Si inizia anche a chiacchierare con il compagno di stanza che oramai è in via di guarigione, con le infermieri e i medici, angeli custodi della nostra salute. E tra le chiacchiere scattano anche conoscenze in comune, e scopri come è piccolo il mondo e torna anche la consueta voglia di ridere e scherzare. 

Dopo una settimana il primo compagno viene dimesso e arriva un nuovo compagno. Nel frattempo l'ossigeno è aumentato ulteriormente, e qualche sintomo si fa ancora sentire, mentre altri iniziano ad affievolirsi, tipo la febbre. Piano piano i giorni seguenti iniziano a diminuire l'ossigeno perché siamo sulla buona strada e a poco a poco anche il monitor viene spento perché non c'è più l'esigenza di verificare i parametri in maniera costante.
Piano piano anche il respiro migliora, la voce torna, la voglia di parlare non manca, anche l'appetito si fa risentire. E allora è il momento di incoraggiare anche il nuovo compagno di stanza, di interagire con le infermiere. 
Le azioni normali della quotidianità che sembravano essere diventate impossibili piano piano iniziano a tornare possibili: mangiare, mettersi in piedi nonostante il tono muscolare sia diminuito vistosamente, lavarsi autonomamente, raggiungere il bagno.

E giorno dopo giorno, senti le forze tornare e riprendersi il loro spazio anche se la stanchezza è davvero molta e serve riposare e non esagerare. E alla fine arriva, il momento in cui ti dicono "Giorgio oggi proviamo a togliere l'ossigeno" e inizi a respirare l'aria dell'ambiente e l'aria torna a riempire i polmoni, il respiro sembra sempre più normale. Da quel momento è il momento della rinascita, ogni momento sembra migliorare qualcosa e ti sembra di uscire da quell'incubo che ha infuso così tanta paura alla tua mente e al tuo corpo mandandolo in completa confusione. La situazione migliora nettamente giorno dopo giorno, e si avvicina il momento di uscire dopo tutti gli esami di routine e qualche accertamento che i medici hanno voluto esaminare. Manca l'ultimo passaggio il tampone che ci fa attendere ancora qualche giorno: negativo. Per la situazione a casa, gli spazi limitati, la presenza della famiglia negativa e di una bimba, i medici preferiscono una qualche garanzia in più e si decide di effettuare un secondo tampone e i tempi si allungano ancora un po'. Una giornata interminabile di attesa e alla fine arriva l'esito: negativo. E allora le dimissioni paventate già da qualche giorno diventano realtà. Si rientra a casa. Agli affetti e al calore familiare che mancava oramai da tre lunghissime settimane. 
Ci sarà una cura da seguire per settimane e c'è ancora davvero tanta stanchezza, ma oramai ne siamo fuori. Ora ci dedicheremo del tempo per un po' di relax e per il recupero.

L'esperienza Covid19 volge al termine dopo tre intere settimane, due delle quali passate in ospedale.
Sembrerà strano ma a questo Covid19 devo dire GRAZIE, nonostante l'esperienza dura e difficile. 

GRAZIE alle centinaia di persone che si sono fatte sentire con i pensieri, con i messaggi, con le preghiere e che mi hanno dimostrato nel momento del bisogno un affetto smisurato.

GRAZIE ai medici, agli infermieri alle OSS e a tutto il personale dei reparti di medicina e pneumologia dell'Ospedale di Vittorio Veneto (e con loro tutti quelli d'Italia) per l'amore la dedizione, spirito di servizio con cui lavorano e assistono i pazienti. Un lavorio costante e continuo che va ben oltre i meri obblighi professionali.

GRAZIE alla possibilità di avere tempo e silenzio che mi hanno permesso di fare bilanci, riflessioni, pensieri e avere prospettive nuove per il futuro e per nuovi progetti.

Grazie Covid19, ma ora vedi di toglierti dai piedi...

E fate attenzione, non succede sempre e solo agli altri, purtroppo! 

Giorgio De Luca

lunedì 20 giugno 2016

Bruno Munari, tra design, comunicazione e cultura.



La cultura è libertà. Chi sa qualcosa ha il dovere sociale di comunicarla con chiarezza agli altri.

Bruno Munari


martedì 7 giugno 2016

In realtà sono banalmente io la ruggine, i graffi. Paolo Mezzadri si racconta, tra ferro e polvere.

Gli incontri più insoliti sono spesso quelli che ci arricchiscono di più. E’ quello che mi sta accadendo da quando seguo il lavoro ed il diletto di Paolo Mezzadri. Il piacevole osservare e disquisire sul suo operato, si contrappone ad una grande e personale difficoltà, quella di riuscire a catalogarlo. 
Molte sono le definizioni che mi verrebbero in mente: tutte vanno bene, tutte sono limitanti.
Artigiano del ferro, artista del metallo, poeta della materia. 
Quel che è certo è che Paolo lavora il ferro con grande maestria, partendo da pezzi di scarto, raccontando la storia di ogni pezzo e cambiandone il destino trasformandolo in un’opera, in un oggetto. E tutto questo lo fa accompagnando ed affiancando il suo lavoro a pensieri, fotografie e parole capaci di offrire suggestioni ed emozioni tali da far percepire viva ogni sua opera, quasi che questa fosse capace di movimento e parola.
Non preoccupatevi quindi se leggerete Paolo tutto d’un fiato. Non è un errore ma una precisa scelta di Paolo, più avanti scoprirete il motivo…


gdl “Ho iniziato ad usare il ferro per lavoro e non per passione.” Questo è quello che si legge entrando nel tuo sito. Come è nata questa avventura?

PM Non credo sia un'avventura, credo che sia stata la voglia e la caparbietà di capire cosa potesse esserci più avanti l'avventura è adesso dopo che ho capito che poteva esserci un’altra stanza un altro mondo altri perché altri modi





gdl I tuoi pezzi sembrano uscire dal tempo. Pezzi di scarto, pieni di ruggine, graffiati sembrano riprendere vita grazie al tuo intervento creativo. Perché hai deciso di partire proprio da questi materiali di scarto per realizzare le tue opere?

PM Premetto che non tutti i miei pezzi nascono senza utilizzare pezzi di scarto - lo scarto - quello che definisco tale in realtà sono banalmente io la ruggine i graffi il tempo che altera il materiale lo associo alla mia esistenza diciamo che credo di conoscere questo modo di essere





gdl Qualcuno potrebbe contestare che si tratti di opere fine a se stesse, belle da vedere. Ma sappiamo che non è questo quello che cerchi e che vuoi…

PM Qualcuno potrebbe ... credo sia giusto e corretto non obietto non dico non - mi interessa - 
Credo che fare e creare possa essere utile per molte cose se poi è' utile a noi ecco questa è' il fine è forse l'unica magia





gdl Quale è il legame con i tuoi pezzi? Quali passioni ed emozioni ti trasmettono e quali sono quelli che meglio raccontano il tuo lavoro?

PM Credimi tutti i pezzi sono - io - sono momenti veloci attimi senza fiato sono un miscuglio di incontri e di possibilità nessun pezzo è più importante di un altro non riesco a trovare il pezzo più - importante - lo penso sinceramente spesso nel silenzio del mio spazio rivivo mentalmente momenti e sono felice e sono libero





gdl Non sei fotografo e non sei scrittore, eppure usi queste due discipline con estrema maestria accompagnando il tuo lavoro con raffinate visualizzazioni e suggestioni attraverso le immagini e le parole. Da dove nasce tutto questo?

PM Dalla curiosità di provare dal desiderio di provarci scrivo di getto senza punteggiature scatto veloce senza senso come se ci fosse un bisogno una esigenza un qualche cosa che mi chiama tutto qui





gdl E ora verso quale direzione andranno i tuoi racconti, le tue storie, i tuoi pezzi?

PM Vorrei trovare la leggerezza vorrei conoscerla e forse potei amarla i miei pezzi andranno verso altre storie probabilmente in equilibrio come sempre mischiando necessità e sogni





gdl Grazie Paolo, ci ritroveremo tra la ruggine e la polvere...

PM Grazie a te per queste domande che mi hanno fatto viaggiare ed arrugginire un po di più    
a presto amico caro



foto di Chiara Boniardi

foto di Chiara Boniardi