venerdì 25 marzo 2016

Venezia: compleanni storie e nostalgie.

La tradizione veneziana vuole che il 25 marzo si ricordi la fondazione della famosa città lagunare, divenuta in breve tempo una tra le città più importanti d'Europa e unica nel mondo per il suo assetto urbanistico ed architettonico.

Ben presto Venezia divenne anche capitale di una Repubblica dalla storia senza eguali al mondo, con bandiera, territorio, moneta e leggi.

La nascita della città lagunare si fa risalire al 25 marzo 421 quando a Rivo Alto venne eretta la chiesa di San Giacomo, sulle sponde dell'attuale Canal Grande, per volontà e impresa di un famoso carpentiere quale voto per essersi salvato da un incendio.



Nel giorno del compleanno della città lagunare vi propongo un recente racconto dell'amico e architetto Franz Falanga. Una  una storia nostalgica, una di quelle storie che con il passare del tempo andrebbero altrimenti perse e dimenticate.



NOSTALGIA CANAGLIA

Sto parlando della mia nostalgia di Venezia. Ieri sera, prima di andare a nanna, mi sono fatto un nostalgico ripasso di fatti che mi legano a filo doppio a Venezia. Pensavo alla parola “zattere”.

All’oggi le Zattere sono una bellissima fondamenta che dà sul Canale della Giudecca, che è costellata da deliziose pensioni, da gran bei bar dove con i miei colleghi dell’IUAV, tantissimi anni fa si andava a berci qualche ombra e a lumare le pupe. Alla luce di questa  mia nostalgia, vorrei raccontarvi perché si chiamano “Zattere”.

Come molti di voi sanno, le fondazioni dei palazzi veneziani sono formate da centinaia di pali conficcati nel fondo della laguna. Questi pali i veneziani andavano a tagliarli nei boschi sulle alpi, dalle parti di Feltre, preferibilmente nelle zone boscose esposte a nord. Era importante  che gli alberi fossero, fin dalla nascita, sottoposti ad una grande umidità. Tagliati i tronchi, formavano con essi delle grosse “zattere” che poi lasciavano andare nel Piave e negli altri fiumi che sfociavano nei dintorni di Venezia. Arrivate in laguna, le zattere venivano tirate sul bagnasciuga del Canale della Giudecca e colà  lasciate per almeno un paio di anni, perchè in questo modo, ogni sei ore venivano ricoperte dall’alta marea per poi tornare in secco con la bassa marea. Questo va e vieni di acqua, faceva, come dire, abituare i tronchi a vivere e a stagionarsi nell’acqua senza soffrire.

Passati gli anni era arrivato il momento di piantare sul fondo del mare, in laguna, questi tronchi uno aderente all’altro. E qui la grande professionalità, il magnifico magheggio  dei piantatori di tronchi. Si  usava una barcone con il fondo piatto dove venivano caricati diversi tronchi. Gli uomini che lavoravano su ogni barcone erano due. Ogni barcone aveva una grossa pietra cilindrica del diametro di una quarantina di centimetri, pesante una mezza quintalata. La pietra era fasciata da due cravatte di ferro, alle quali erano a loro volta saldate quattro maniglione, due per parte. Con una tecnica particolare della quale vi parlerò un'altra volta, questi due piantatori di pali prendevano la pietra tenendola per le maniglie e picchiavano su un accrocco  di pali legati a prua in una maniera particolare e così, bum bum, un paio di  mazzate dietro l’altra, infilavano i pali nel fondo marino.

A qualcuno piacerà sapere  che canzone usavano cantare i battipali durante le loro lunghissime ore di pesante fatica. Vi scrivo qui le nobili parole di questa canzone, che potrebbe essere considerata l’inno ufficiale dei piantapali così come la Marsigliese è l’inno ufficiale della Francia.

Eccovi dunque il testo: “Il cueo de mio nonno ha tratto un subio, bum bum (due colpi di pietra) che i pescaori in mar credea marubio, bum bum, il cueo de mio nonno ha tratto un subio, bum bum, che i pescaori in mar credea marubio”.
Pausa e poi si ricominciava a picchiare sull’accrocco, finchè il palo non era stato infilato in acqua e nel fondale a regola d’arte.

Per i non veneziani traduco le gentili parole della canzone. “Il culo di mio nonno ha fatto un peto, che i pescatori in mare credevano fosse un maremoto, il culo di mio nonno ha fatto un peto eccetera eccetera.

Ecco che cosa ho pensato ieri sera in preda ad una furibonda nostalgia della venezianità che conosco bene così come ben conosco la baresità. 
franz falanga